mercoledì, 23 novembre 2005

  "I Fiumi" Novembre 2005, Fornacette - Pisa

ignazio_fresu_i_fiumi11.jpg

ignaziofresufornacette6421x5491.jpg

postato da: ignaziofresu alle ore 20:54 | Permalink |
categoria:mostre
mercoledì, 23 novembre 2005

"Nulla perdura se non il mutamento" Novembre 2005, Sala Geloni, Fornacette - Pisa

 ignaziofresu.jpg

ignaziofresu_1.jpg 

 ignaziofresufornacette1384x2561.jpg

postato da: ignaziofresu alle ore 20:25 | Permalink |
categoria:mostre
martedì, 22 novembre 2005

ignaziofresufornacette3273x2551.jpg

"Negli stessi fiumi entriamo e non entriamo, siamo e non siamo"
Novembre 2005, Sala Geloni, Fornacette - Pisa

Nel divenire, ogni sostanza è provvisoria e mutante, pur avendo una apparente persistenza noi possiamo e non possiamo attingere una cosa come medesima: siamo “sostanza - non – sostanza” che entra a sua volta in contatto con “sostanze - non – sostanze”.

Ciò che è, anche non è, nel mondo visibile. nessun oggetto fenomenico è permanente per il soggetto che lo attinge nel tempo. E l’acqua, piuttosto che un oggetto è uno “scorrere”: è un oggetto impermanente costituito di impermanenza.

postato da: ignaziofresu alle ore 21:02 | Permalink |
categoria:mostre, scritti di ignazio fresu
martedì, 22 novembre 2005

"Ci sono opere d’arte che si impongono all’attenzione con un silente imperativo, cioè che riescono a catalizzare le particelle atomiche di ciò che le circondano con un magnetismo sottile e inderogabile. Lo spazio che le ospita si modifica, la nostra percezione si modifica con esso, mentre ci lasciamo trasformare da qualcosa che è soltanto un oggetto, che acquista però la facoltà di assoggettarci ad esso.

Non è importante che un’opera spieghi tutta se stessa per essere percepita nella sua totalità, perché essa può imporsi come un unicum, trasformandoci in una sua propaggine, quasi potessimo ricollocarci attraverso un percorso a ritroso, nel legame che ci vincola ad essa. L’enigma della Piramide di Ignazio Fresu risiede nella sua totalità imprescindibile, che modifica tutto lo spazio che la circonda, compresi noi, che ci troviamo in un punto di esso, qualunque esso sia.

Se è questa la sensazione che essa emana in una stanza affollata di altri oggetti, completamente aperta su una strada, sia pure di un piccolo centro; cosa potrebbe accadere in uno spazio più dilatato,come una stanza vuota o uno spazio che si apre su orizzonti uniformi?
La Piramide acquisterebbe,forse,un magnetismo più forte, tuttavia non ci violenterebbe, non ci rapirebbe senza il nostro consenso,perché il suo invito avverrebbe con le stesse modalità con cui ci ha catturati nello spazio di una carrozzeria, intriso di vissuti e di rumori, sfruttato in ogni sua potenziale dilatazione percettiva.

Quando ciò avviene credo che non ci siano parole per spiegarla,per incastonarla in un frammento del tempo che non la trattiene esaurendola. Siamo noi che entriamo nel suo tempo e ci lasciamo esaurire nel suo mistero.”

Tiziana Presi

ps= queste parole sono state scritte in riferimento alla Piramide, ma il gruppo dell'installazione di I. Fresu si compone di tre elementi, tra cui la Piramide.

postato da: tiziana1971 alle ore 11:57 | Permalink |
categoria:
venerdì, 18 novembre 2005

Risvolti pittorici dell'installazione "Negli stessi fiumi..." di I.Fresu

postato da: tiziana1971 alle ore 08:19 | Permalink |
categoria:fotografie
martedì, 15 novembre 2005

Piccolo omaggio "Stele" di Ignazio Fresu

Le Stele di Ignazio sono una veduta archeofuturistica su un'antica città abbandonata, collocabile in un futuro a noi lontanissimo.
Culla di una civiltà scomparsa, questo luogo reca le tracce di un' era di grandi conquiste, che avrebbero voluto vincere il tempo.
Esso, invece, ha riguadagnato la materia che aveva lasciato ad altri, rimodellandola secondo i propri fini più cauti e lungimiranti.

Tiziana Presi

postato da: tiziana1971 alle ore 12:22 | Permalink |
categoria:testimonianze, fotografie
lunedì, 14 novembre 2005


 Nello spazio della Fondazione Arnaldo Pomodoro, in una superficie espositiva di oltre 3.000 metri quadri, in quella che è la parte più antica del complesso delle ex officine Riva & Calzoni. dove venivano costruite, già dal 1926, turbine idrauliche anche quelle con le quali sono stati realizzati gli impianti per le cascate del Niagara; ebbene, in questo luogo, carico di fascino e di storia, si svolge l’eccezionale evento della mostra "La scultura italiana del XX secolo" con la quale si inaugura la nuova sede della Fondazione che il grande artista Arnaldo Pomodoro ha fortemente voluto proprio come istituzione dedicata allo studio e alla documentazione della ricerca scultorea contemporanea.

Sono esposte le opere di 109 artisti che raccontano il percorso della scultura moderna dalla fine dell’ottocento ai nostri giorni. Si incomincia con Medardo Rosso, il primo scultore per il quale la scultura non è più descrizione e celebrazione, ma avventura della materia che, grazie alla luce che ne fa vibrare le superfici, pare vivere e trasformarsi nello spazio. Seguono le ricerche futuriste di Umberto Boccioni e Giacomo Balla, dove la forma mostra plasticamente il proprio sviluppo nello spazio e i contorni si moltiplicano nei singoli momenti del movimento. Tra gli anni '20 e '50, su un altro versante, gli artisti Arturo Martini, Mario Sironi, Marino Marini e Giacomo Manzù, sono intenti a rinnovare nella modernità il concetto di statuaria e, pur senza contrapporsi all'idea storica di scultura, ne rinnovano il fondamento iconografico spogliandola dalle retoriche accademiche. Contemporaneamente la linea futurista si evolve in autori come Fortunato Depero che, anticipando le esperienze della neo-avanguardia del secondo dopoguerra, rifonda la scultura come complessa qualificazione dello spazio ambientale in senso “teatrale”, sperimentando, inoltre, materiali nuovi, anche quelli prelevati dalla realtà ordinaria.

Procedendo troviamo la scultura di impronta astratta che con Fausto Melotti e Lucio Fontana vede i suoi interpreti più geniali. Vicino a loro si collocano figure come quelle di Ettore Colla e Nino Franchina, che utilizzano residui della produzione metallurgica in reinvenzioni di intensa forza plastica; e Alberto Burri, protagonista indiscusso del polimaterismo. Grande è il rinnovamento  della scultura che matura nel cuore degli anni '50, con Arnaldo Pomodoro, Giò Pomodoro, Andrea e Pietro Cascella, Pietro Consagra e Alik Cavaliere, le cui opere esplorano le vie di una scultura a misura ambientale ed insieme l’impegno sociale e politico di quegli anni che si mostra con maggiore evidenza nell’ironico neo-dadaismo di Enrico Baj. Impegno che solo apparentemente sembra assopirsi negli anni '60 con l'arte povera, ma che in realtà è profondamente integrato  nelle opere degli artisti che ne fanno parte come Mario Merz, Jannis Kounellis, Michelangelo Pistoletto, Gilberto Zorio, Giuseppe Penone, Giovanni Anselmo, Alighiero Boetti, Luciano Fabro e Giulio Paolini, dove la concettualità, attraverso l'adozione di materie e forme prelevate dalla realtà quotidiana si fa poetica. Contemporaneamente, la misura ambientale diviene la problematica fondamentale anche presso gli artisti di origine concretista e minimal, da Giuseppe Spagnulo a Mauro Staccioli, da Giuseppe Uncini a Gianfranco Pardi, i quali danno vita a vere e proprie trasformazioni dello spazio fisico. Le generazioni più nuove, dalla transavanguardia di cui sono esponenti Enzo Cucchi e Mimmo Paladino al ripensamento post-minimal di Nunzio, dalle installazioni di  Perino&Vele, Giuseppe Gabellone, Remo Salvadori e  Massimo Bartolini agli interrogativi che pone Maurizio Cattelan fino alle invenzioni fantasticanti di Antonio Riello, indicano come la scultura italiana sia vitale.

Occasione, questa promenade attraverso la rivisitazione della scultura  italiana moderna e contemporanea, assolutamente imperdibile. Rassegna unica e finora mai realizzata che solo il viscerale amore per l’arte e la cultura - che invece proprio in questi giorni viene sacrificata ulteriormente e privata dei già ridottissimi sostegni – ha spinto Arnaldo Pomodoro a realizzare questa opportunità nel confronto fra scultori di un intero secolo.

Ignazio Fresu

postato da: vernissage alle ore 13:40 | Permalink |
categoria:critiche e recensioni di i fresu
domenica, 13 novembre 2005

 

Tanto e forse anche troppo si è già detto e scritto riguardo a questa 51° Biennale; sull’assenza di artisti italiani e di un padiglione nazionale curato autonomamente, tuttavia non mi sento di criticarla negativamente in blocco. La Biennale quest’anno è molto diversa dalle precedenti edizioni. Certo, stupisce la rarefazione delle opere esposte: nell’arsenale gli anni scorsi, l’esposizione si presentava come un confuso bazar di opere ammucchiate che, ignorando più o meno intenzionalmente quei luoghi già di per sé carichi di storia e di arte, rigettavano qualsiasi  contestualizzazione. Quest’anno la deferenza è forse eccessiva, quasi religiosa.

In confronto alla precedente sembra che la mostra sia ancora in fase di allestimento. La rarefazione è l’elemento caratterizzante di questa Biennale. La si percepisce, oltre che ai Giardini e all’Arsenale, anche nei padiglioni nazionali e nelle tantissime sedi dislocate per tutta la città. Ma è rarefatta anche nei contenuti? Direi proprio di no! Credo che la chiave di lettura sia proprio da ricercarsi nel moto di reazione connesso alle passate edizioni. La Biennale tutta, si ritrova accomunata  nel minimalismo. Un minimalismo che rende visibili pezzi di realtà che non avremmo notato, come  ad esempio, la porzione di spazio occupato dall’aria sopra due rampe di scale: un gigantesco calco di Rachel Whiteread che accoglie il visitatore nella grande sala del Padiglione Italia, ricavato dal vuoto lasciato da una scala partendo dai suoi gradini fino al soffitto. 

Oppure, Tino Sehgal che nel padiglione della Germania, praticamente vuoto, fa accogliere i visitatori da degli interpreti, con danze e canti a loro personalmente diretti; mentre, in un’altra sala completamente vuota, la “guardiana” offre  il rimborso di tre euro del prezzo d’ingresso alla Biennale se il visitatore si presta a discutere dell’economia mondiale con lei. Ancora più eclatante è il caso di Daniel Knorr che presenta il padiglione della Romania completamente vuoto con solo le rare tracce del precedente allestimento! Gli esempi di rarefazione sono innumerevoli anche solo legati alla realizzazione degli allestimenti, per lo più finalizzati ad interagire con il visitatore. Alla disseminazione di sedi per la città si sovrappone un notevole numero di manifestazioni ed eventi collaterali tra questi assolutamente imperdibili sono la retrospettiva di Bice Lazzari e di Lucian Freud o la mostra dei dipinti su carta di Jackson Pollock.

postato da: vernissage alle ore 14:21 | Permalink |
categoria:critiche e recensioni di i fresu
sabato, 12 novembre 2005

PRESS REVIEW

L’artista pratese Ignazio Fresu è stato premiato per la migliore opera  alla mostra internazionale, “Industria & Arte: oggetti di produzione industriale geneticamente e artisticamente modificati” appena conclusa, che si è svolta presso la Factory Dream a Torino.
Fresu ha realizzato una grande installazione dal titolo tratto dai “Frammenti” di Eraclito: “Nulla perdura se non il mutamento”. L’opera premiata si presenta come una struttura instabile appesa al soffitto della sala espositiva con degli invisibili fili di nylon, in palese contrasto con l’apparente pesante massa ferrosa arrugginita dei tubi e dei giunti di cui si compone. Tubi pericolanti come i “tubi innocenti”, intrecciati in un equilibrio impossibile che procurano nello spettatore un effetto di precarietà e la percezione della caducità dell’uomo e del suo tempo.
Nelle installazioni l’artista ricerca dimensioni differenti e la loro mutabilità, per cogliere il senso di una bellezza non convenzionale. Una bellezza effimera e fuggevole ponendo l’attenzione sulla realtà tangibile attraverso l’utilizzo di materiali impermanenti e dando particolare risalto alla loro mutevolezza.

Nell’installazione in questione, Fresu ha usato per i giunti, degli imballi di polistirolo adoperati da una industria di Prato che li utilizza come distanziatori dei pannelli laminati che produce, mentre i tubi di cartone sono residui dell’industria tessile pratese, ricoperti dall’ossidazione di materiali ferrosi, scarti delle fotocopiatrici e residui delle lavorazioni del metallo delle aziende ed officine metalmeccaniche della città.
Pur servendosi della mimesi, che è una delle condizione prioritaria nell’arte, Fresu non si limita a formulare immagini illusorie, ma, attraverso la natura deperibile di questi oggetti, propone l’opera nella sua reale condizione, rivolgendosi alla sfera più intima della sua esistenza.

Dott. Enzo Bettazzi, Settembre 2005

postato da: vernissage alle ore 11:01 | Permalink |
categoria:press review
sabato, 12 novembre 2005

PRESS REVIEW

Il Tirreno

4 Novembre 2005

postato da: vernissage alle ore 10:52 | Permalink |
categoria:press review